Storie di Gallipoli
Il Libro Rosso scomparso: la memoria perduta di Gallipoli
La storia dei documenti antichi della città: volumi rilegati in cordovano rosso, privilegi dei re, trasferimenti d’archivio, carte disperse, incendi e un patrimonio che ancora oggi chiede di essere ricostruito. Di Davide Donateo
C’è stato un tempo in cui la storia di Gallipoli non era custodita nei libri, ma nelle carte.
Erano documenti scritti per necessità pratiche: privilegi concessi dai re, lettere, ordini, cause con il castello, esenzioni doganali, questioni sull’olio, sul sale, sul grano, sulle torri, sui soldati, sui dazi, sui diritti della città. Non erano pensati per emozionare i lettori del futuro. Servivano a difendere un diritto, dimostrare un privilegio, ricordare un’esenzione, sostenere una causa davanti al potere regio.
Eppure, proprio in quelle carte, Gallipoli aveva lasciato una parte essenziale della propria memoria.
Carlo Massa, studioso gallipolino tra Ottocento e Novecento, aveva capito bene l’importanza di quel patrimonio. Da quella “gran mole di documenti originali”, scriveva, poteva venir fuori gran parte del materiale necessario per scrivere una storia di Gallipoli. Non era un’esagerazione. Quelle carte raccontavano la città molto più di quanto potesse fare una memoria generica: mostravano come Gallipoli si era difesa, amministrata, arricchita, indebitata, fortificata, contesa, premiata e talvolta minacciata.1
Ma la storia di quelle carte è, essa stessa, una storia ferita.
I volumi rossi della città
L’immagine più potente è quella dei faldoni.
Nel verbale del 1833, compilato dal cancelliere comunale Carlo Mazzarella e firmato dal sindaco Francesco Pasca, veniva descritto il trasferimento dell’intero archivio antico del Comune nel deposito dell’allora Archivio Provinciale. Quel verbale enumerava i faldoni di documenti; alcuni erano rilegati in volume, rivestiti in cordovano rosso, con borchie di chiusura in ottone.2
Non è difficile capire perché, nella memoria degli studiosi, quell’archivio sia rimasto legato all’idea del “Libro Rosso”.
Il rosso non era solo un colore. Era il segno materiale di una memoria civica custodita con cura: cartelle robuste, chiusure metalliche, documenti ordinati, indici, fogli numerati. Pindinelli osserva che la decisione di rilegare i documenti più importanti in cartelle cartonate rivestite in cordovano rossobruno e provviste di borchie in ottone fu probabilmente tarda, successiva al 1745, perché quelle cartelle contenevano documenti redatti non oltre quell’anno.3
In quei volumi non c’era una storia raccontata in modo lineare. C’era qualcosa di più vivo e più difficile: il deposito delle prove.
Un privilegio del re. Una copia autenticata da un notaio. Una lettera vicereale. Un ordine della Regia Camera. Una causa contro il regio castello. Un documento sull’esenzione delle dogane. Una scrittura sul prezzo dell’olio. Un atto sulle torri e sui cavallari.
La città conservava le sue carte perché quelle carte erano strumenti di difesa.
Non un archivio qualunque
Quando oggi pensiamo a un archivio, immaginiamo scaffali, faldoni, sale di consultazione. Ma l’antico archivio di Gallipoli era qualcosa di più legato alla vita politica della città.
La sede storica dell’Università, cioè dell’amministrazione cittadina, era nell’attuale via Antonietta De Pace, nel palazzo oggi conosciuto come Palazzo del Governatore. Lì avevano sede anche la Regia Corte e le carceri. Lì si radunava il Parlamento civico, in un grande salone al primo piano, decorato con gli stemmi dei sindaci della città.4
Non è certo, precisa Pindinelli, che l’archivio fosse originariamente in quel palazzo. Anzi, l’autore usa prudenza: lo definisce “presumibile, ma non provato”. Però sappiamo che nel tempo le scritture furono conservate anche in un luogo molto particolare: un fabbricato sopra le volte della chiesa di Sant’Eligio.
Secondo la ricostruzione riportata da Pindinelli, quel fabbricato era stato destinato a luogo di conservazione delle scritture. Ma non sempre fu rispettato il suo uso originario. Venne usato anche come deposito e ricovero per soldati o commissari in visita alla città, tanto da costringere la Curia vescovile a intervenire con un decreto di diffida, sotto pena di scomunica, per ristabilire la funzione archivistica di quello spazio.5
È un dettaglio straordinario.
La memoria della città non era custodita in un luogo neutro e silenzioso. Stava sopra una chiesa, vicina al potere civico, esposta agli usi pratici della vita amministrativa e militare. Le carte, prima ancora di essere studiate dagli storici, dovevano sopravvivere alla città stessa: ai trasferimenti, agli assedi, ai disordini, alla disattenzione.
Il primo grande trauma: Venezia
Una delle ombre più antiche riguarda l’assedio veneziano del 1484.
Pindinelli riferisce una tradizione ripresa da Micetti e Massa: si insinuava che l’antico archivio fosse stato saccheggiato dai Veneziani, e che nel 1715-1716, durante il sindacato di Andrea Vanalest, Venezia ne avesse proposto alla città la restituzione dietro riscatto di 2000 zecchini.
Ma qui bisogna essere molto cauti. Lo stesso Pindinelli non presenta questo episodio come certezza assoluta. Anzi, concorda con Massa nel ritenere che, se l’archivio non fu spogliato dai Veneziani nel 1484, certamente andò quasi completamente distrutto durante quell’assedio.6
È un punto delicato.
Non possiamo trasformare questa notizia in leggenda romanzesca. Non possiamo dire con sicurezza che i Veneziani portarono via l’archivio e poi lo offrirono indietro per denaro. La fonte riferisce una tradizione, non una prova definitiva. Ma una cosa emerge con forza: già nel Quattrocento la memoria documentaria di Gallipoli aveva subito un trauma.
La città, del resto, era una piazzaforte. Un porto. Un luogo strategico. Una comunità che difendeva privilegi e prerogative. In un mondo in cui i diritti dovevano essere provati con carte, perdere un archivio non significava soltanto perdere memoria. Significava indebolire la capacità stessa della città di difendersi.
Il riordino del 1619
Dopo le vicende più antiche, un passaggio fondamentale arriva nel 1619.
Un documento del 9 marzo di quell’anno attesta l’ordine impartito dal Visitatore della Provincia di Terra d’Otranto all’Università di Gallipoli: la città doveva “fare l’archivio, dove si abbiano da conservarsi tutte le scritture”.7
La frase è semplice, ma decisiva.
Vuol dire che a inizio Seicento il problema della conservazione delle carte era considerato abbastanza importante da richiedere un ordine formale. Le scritture non potevano restare disperse, confuse, esposte. Dovevano avere un luogo. Dovevano essere raccolte. Dovevano essere protette.
Gallipoli non custodiva quelle carte per nostalgia. Le custodiva perché erano vive. Servivano nelle cause. Servivano nelle rivendicazioni. Servivano quando un governatore, un castellano, un ufficiale regio, un arrendatore o un’autorità esterna metteva in discussione un diritto della città.
Pindinelli spiega infatti che le trascrizioni dei documenti erano spesso legate a occasioni di conflitto o di rivendicazione di diritti con le strutture centrali e periferiche dello Stato. E spesso l’intervento del re o del viceré non chiudeva definitivamente le questioni, che tornavano nel tempo con ricorsi e controricorsi.8
In questo senso, il Libro Rosso non era solo un archivio del passato. Era un’arma giuridica.
Due copie, molti dubbi
Del Libro Rosso esistono due trascrizioni note: una posseduta dall’Archivio di Stato di Lecce e una dalla Biblioteca comunale di Gallipoli. Pindinelli chiarisce però un punto fondamentale: queste due trascrizioni, molto simili tra loro, contengono solo una minima parte dei documenti posseduti dall’Università di Gallipoli. Probabilmente servirono più a necessità di cancelleria che a una vera edizione critica degli originali.9
Questo significa che il Libro Rosso, così come lo conosciamo, non coincide con l’intero archivio antico.
È una finestra. Non l’intero palazzo.
Le trascrizioni furono realizzate anche perché leggere e interpretare documenti antichi era difficile. Le amministrazioni, quando dovevano usare quei documenti in vertenze o procedimenti, facevano spesso trascrivere il contenuto da notai, che ne attestavano l’autenticità. Nel caso gallipolino compaiono, tra gli altri, i notai Scipione Fersini di Alessano e Giovanpietro Dimitri di Gallipoli, attivi tra la prima e la seconda metà del Cinquecento.10
Questa è un’altra immagine potente: i documenti originali, forse ormai difficili da leggere, passano sotto gli occhi dei notai; vengono copiati, autenticati, usati. Ogni copia salva qualcosa, ma ogni copia apre anche un problema: quanto è fedele? Cosa manca? Cosa è stato aggiunto? Cosa è stato letto male?
Pindinelli segnala addirittura che la copia leccese subì interpolazioni arbitrarie. Questo non significa che sia inutile, ma che va maneggiata con metodo, confrontata, verificata.11
Il grande trasferimento del 1833
Poi arriva il 1833.
Il 16 luglio viene redatto l’inventario delle carte che dall’Archivio Comunale di Gallipoli passano all’Archivio Generale della Provincia. Il deposito viene registrato il 25 luglio dall’archiviario provinciale Lorenzo Passaby.12
L’inventario è impressionante: 148 volumi, per oltre 30.500 carte.13
Dentro c’era quasi tutto ciò che una città poteva lasciare dietro di sé: catasti, conclusioni decurionali, ordini circolari, atti sulla pubblica salute, verbali sul prezzo dell’olio, dazi, grano, creditori, privilegi originali, lettere dei re, cause col regio castello, tonnara, pesi e misure, esenzioni doganali, torri, cavallari, artiglieria, amministrazione comunale, conti dei sindaci, numerazione dei fuochi, catasti, reclute, appalti comunali.
Questo non era un archivio minore. Era la memoria amministrativa, politica, fiscale, militare ed economica della città.
Ma proprio quel trasferimento, nato forse per ordinare e conservare, aprì una lunga stagione di dispersioni.
Dei 148 volumi trasferiti, solo cinque furono restituiti al Comune il 30 novembre 1833. Oggi, scrive Pindinelli, sono custoditi nella biblioteca in Sant’Angelo dopo essere stati restaurati presso il centro benedettino di Noci.14
Cinque volumi salvarono una parte della memoria. Ma il resto prese altre strade.
Il viaggio a Napoli e l’incendio
Nel 1845, una parte importante dei volumi conservati a Lecce fu inviata alla Soprintendenza Generale degli Archivi del Regno a Napoli. Il trasferimento riguardò documenti antichi non solo di Gallipoli, ma anche di Lecce, Castellaneta e Laterza.15
L’archivista Lorenzo Passaby compilò un elenco analitico dei documenti trasferiti. Michela Doria Pastore, direttrice dell’Archivio di Stato di Lecce, studiò quel versamento e rilevò la corrispondenza di gran parte dei documenti mandati a Napoli con le trascrizioni del Libro Rosso di Gallipoli.
Poi arrivò il disastro.
Durante la Seconda guerra mondiale, il deposito dell’Archivio centrale di Napoli a Nola fu incendiato. Pindinelli parla di “criminale incendio” e ricorda che, secondo la conclusione iniziale della Pastore, nessun documento originale del Libro Rosso sarebbe sopravvissuto. Lo stesso Pindinelli corregge però quella conclusione: l’analisi dell’inventario del 1833 permette di ampliare la ricerca degli originali superstiti non solo ai volumi restituiti a Gallipoli, ma anche a quelli custoditi a Lecce.16
Questa precisazione è fondamentale.
La storia non è semplicemente: “tutto è andato perduto”. La storia è più complessa, e forse più affascinante: molto è stato perduto, qualcosa è sopravvissuto, altro può essere ricostruito attraverso copie, trascrizioni, indici, rimandi marginali, fonti manoscritte posteriori.
La memoria non è integra, ma non è morta.
I cinque volumi condannati
Pindinelli individua in dettaglio cinque volumi inviati a Napoli nel 1845:
- Privilegi originali, 1306-1545;
- Privilegi originali a favore della città e cittadini di Gallipoli, 1482-1726;
- Lettere originali dei Re, 1483-1739;
- Esenzioni della dogana di Puglia e della fida e diffida, 1520-1744;
- Immissione e compre de’ grani. Esenzione de’ sali. Loro privilegi, 1487-1684.
Basta leggere questi titoli per capire il peso della perdita.
Non erano carte qualunque. Erano i documenti che provavano i privilegi della città, i rapporti con i sovrani, le esenzioni doganali, il commercio del grano, i diritti sul sale. Erano il cuore giuridico ed economico della Gallipoli antica.
La perdita più grave, secondo Pindinelli, riguarda 64 documenti sui 190 non trascritti nel Libro Rosso, appartenenti alle raccolte dei privilegi originali e delle lettere dei re. L’autore spera che la prosecuzione della ricerca possa limitare il danno arrecato al patrimonio gallipolino dal trasferimento a Napoli e dal successivo incendio.17
È una frase che pesa.
Perché dice che una parte della storia di Gallipoli non è soltanto nascosta. È forse perduta. E se può essere recuperata, lo sarà solo indirettamente: attraverso tracce, regesti, copie, trascrizioni, citazioni in altri manoscritti.
Un errore amministrativo con conseguenze storiche
Pindinelli è molto duro nel giudizio su Passaby.
Secondo lui, l’archivista, nell’eseguire le disposizioni del 1845, operò “scriteriatamente”: non inviò a Napoli singoli documenti scelti per valore paleografico, ma intere collezioni che contenevano documenti databili entro i primi anni del Cinquecento. Le conseguenze di quella scelta, scrive, sono pienamente valutabili solo oggi.18
Anche qui bisogna evitare semplificazioni.
Passaby agiva in un contesto amministrativo ottocentesco, secondo logiche archivistiche e istituzionali diverse dalle nostre. Ma il risultato fu pesantissimo: interi nuclei documentari finirono nel percorso che li avrebbe portati alla perdita.
Pindinelli osserva anche che solo per caso a Napoli non furono inviati tre dei cinque volumi restituiti al Comune. Se fossero rimasti a Lecce, probabilmente sarebbero stati sottoposti allo stesso destino dei volumi poi mandati a Napoli.19
La salvezza, in questa storia, ha qualcosa di fragile.
Non tutto ciò che si conserva viene salvato per decisione lungimirante. A volte si salva perché è stato restituito. Perché è rimasto fuori da un elenco. Perché non è partito. Perché qualcuno, magari senza immaginare il futuro, ha spostato una carta nel posto giusto.
La seconda dispersione: gli anni Cinquanta
La vicenda non finisce con Napoli.
Pindinelli ricorda anche un episodio molto più recente e doloroso: alla fine degli anni Cinquanta, l’intero archivio preunitario che si trovava accatastato nel Teatro Garibaldi fu ceduto dal Comune a un rigattiere. Per quei fatti venne istruito un procedimento penale, ma senza effetti. In quell’occasione andarono perduti, tra gli altri documenti importanti, alcune relazioni autografe di Filippo Briganti e la copia originale manoscritta delle memorie storiche di Bartolomeo Ravenna, donata al Comune da Giovanni Ravenna.20
Questa pagina è forse ancora più amara.
Perché non appartiene a un tempo remoto, né a una guerra, né a un incendio fuori controllo. Appartiene a una stagione vicina, amministrativa, quasi domestica. Le carte erano accatastate. Furono cedute. E se ne persero parti importanti.
È una scena difficile da accettare: la memoria di una città trattata come ingombro.
Ricostruire dalle tracce
Eppure, da questa storia non esce solo una lamentazione.
Il lavoro di Pindinelli nasce proprio dal tentativo di rimettere ordine. L’autore confronta le due copie del Libro Rosso, recupera riferimenti nelle fonti manoscritte posteriori, considera le trascrizioni di Roccio, Micetti, Occhilupo e Vincenzo Dolce, usa gli indici ottocenteschi e le annotazioni marginali per rintracciare gli originali superstiti.21
Da questo lavoro viene fuori un corpus di 1122 documenti relativi all’Università di Gallipoli, originariamente posseduti stabilmente dal Comune.22
È un numero enorme. Ma non è solo una quantità.
È il segno che la memoria, anche quando viene spezzata, può essere interrogata. Le carte superstiti parlano. Le copie parlano. Gli indici parlano. Perfino le assenze parlano.
Quando un documento non c’è più, ma ne resta un regesto, una citazione, una trascrizione parziale, un rimando a margine, lo storico può ancora ricostruire un percorso. Non può inventare ciò che manca, ma può dire: qui c’era qualcosa; questo diritto era importante; questa causa tornò più volte; questa raccolta fu consultata; questo privilegio venne difeso.
La storia di Gallipoli non è solo nei documenti conservati. È anche nei documenti perduti e nel vuoto che hanno lasciato.
Perché questa storia riguarda ancora Gallipoli
A prima vista, la storia del Libro Rosso sembra una questione per archivisti.
Non lo è.
Riguarda il modo in cui una città conosce sé stessa. Riguarda ciò che una comunità decide di conservare e ciò che lascia disperdere. Riguarda il rapporto tra turismo e memoria, tra bellezza visibile e storia nascosta.
Chi passeggia oggi nel centro storico di Gallipoli vede il mare, il castello, le chiese, i palazzi, i vicoli, la luce sulle mura. Ma sotto quella bellezza c’è una città che per secoli ha scritto, copiato, difeso e conservato carte per affermare i propri diritti.
Il Libro Rosso raccontava tutto questo: una Gallipoli fedele ai re, ma gelosa delle proprie prerogative; legata al mare, ma attenta al grano, al sale, all’olio, ai dazi; città militare, ma anche comunità amministrativa; luogo periferico solo in apparenza, perché continuamente collegato a Napoli, Lecce, Barcellona, Venezia, Ragusa, alla Regia Corte, ai viceré, ai sovrani.
Perdere quelle carte significa perdere sfumature. Significa perdere dettagli. Significa rendere più difficile raccontare la città nella sua complessità.
Ma non significa rinunciare.
Il lavoro sugli archivi è proprio questo: raccogliere i frammenti, distinguere ciò che è certo da ciò che è ipotetico, evitare le leggende facili, restituire profondità ai luoghi.
Alla fine, il Libro Rosso di Gallipoli non è soltanto un libro antico. È il simbolo di una memoria contesa: salvata, copiata, spostata, dispersa, bruciata, ritrovata in parte, ancora da comprendere fino in fondo.
E forse è proprio questa la sua forza narrativa.
Non ci consegna una storia chiusa. Ci lascia una domanda aperta: quanta Gallipoli resta ancora nascosta nelle sue carte?
Note
- Elio Pindinelli, L’archivio delle scritture antiche dell’Università di Gallipoli. Materiali per un’edizione critica del “Libro Rosso”, Gallipoli, 2003. L’autore richiama il giudizio di Carlo Massa sulla grande mole di documenti originali relativi alla storia civile, militare, politica ed economica della città.
- Ivi, introduzione, riferimento al verbale del 1833 compilato dal cancelliere comunale Carlo Mazzarella e firmato dal sindaco Francesco Pasca.
- Ivi, sezione dedicata alla consistenza e alla struttura dell’archivio antico dell’Università di Gallipoli.
- Ivi, descrizione della sede storica dell’Università di Gallipoli nell’attuale via Antonietta De Pace, nel palazzo oggi noto come Palazzo del Governatore.
- Ivi, ricostruzione relativa al fabbricato sopra le volte della chiesa di Sant’Eligio, destinato alla conservazione delle scritture.
- Ivi, discussione della tradizione relativa al possibile sacco veneziano dell’archivio e alla distruzione quasi completa durante l’assedio del 1484.
- Ivi, riferimento al documento del 9 marzo 1619, con ordine di realizzare l’archivio per conservare tutte le scritture.
- Ivi, riflessione metodologica sulle trascrizioni nate da conflitti, rivendicazioni e vertenze con le strutture centrali e periferiche dello Stato.
- Ivi, confronto tra le due trascrizioni note del Libro Rosso, conservate presso l’Archivio di Stato di Lecce e la Biblioteca comunale di Gallipoli.
- Ivi, riferimento alle autentiche e collazioni notarili di Scipione Fersini di Alessano e Giovanpietro Dimitri di Gallipoli.
- Ivi, osservazioni sulle interpolazioni presenti nella copia leccese del Libro Rosso.
- Ivi, inventario del 16 luglio 1833 e deposito presso l’Archivio Provinciale il 25 luglio 1833.
- Ivi, indicazione dei 148 volumi trasferiti, per oltre 30.500 carte.
- Ivi, indicazione dei cinque volumi restituiti al Comune il 30 novembre 1833 e oggi custoditi nella biblioteca in Sant’Angelo.
- Ivi, ricostruzione del versamento del 1845 dall’Archivio Provinciale di Lecce alla Soprintendenza Generale degli Archivi del Regno in Napoli.
- Ivi, riferimento all’incendio del deposito dell’Archivio centrale di Napoli a Nola durante la Seconda guerra mondiale e alla necessità di rivedere la conclusione secondo cui nessun originale fosse sopravvissuto.
- Ivi, elenco dei cinque volumi inviati a Napoli: privilegi originali, lettere dei re, esenzioni doganali e documenti su grani e sali.
- Ivi, giudizio critico di Pindinelli sull’operato di Lorenzo Passaby nel trasferimento delle collezioni a Napoli.
- Ivi, osservazione secondo cui solo per caso alcuni dei volumi restituiti al Comune evitarono lo stesso destino dei documenti inviati a Napoli.
- Ivi, nota sulla dispersione dell’archivio preunitario accatastato nel Teatro Garibaldi e ceduto a un rigattiere alla fine degli anni Cinquanta.
- Ivi, metodologia di confronto tra le due copie del Libro Rosso, le trascrizioni di Roccio, Micetti, Occhilupo, Vincenzo Dolce, gli indici e le annotazioni marginali.
- Ivi, indicazione del corpus di 1122 documenti relativi all’Università di Gallipoli.
Dopo aver scoperto la Gallipoli antica, vivila dal mare e dal territorio
La storia di Gallipoli si capisce ancora meglio guardandola dal mare, dalle sue coste, dal centro storico e dai luoghi che hanno reso questa città una delle mete più affascinanti del Salento. Easy Stays ti aiuta a organizzare escursioni, tour ed esperienze selezionate durante il soggiorno.



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